Se la Villa Augustea di Somma Vesuviana sia stata davvero l’ultimo luogo visitato in vita dal fondatore dell’Impero Romano, se davvero tra quelle sale si sia compiuta, il 19 agosto del 14 a. C., la sua trasfigurazione da uomo a semidio, è una questione ancora oggi sospesa fra mito e verità storica. Le fonti antiche – gli Annali di Tacito e le Vite dei Cesari di Svetonio – vogliono Cesare Augusto in vacanza a Capri nel momento in cui il suo stomaco, ormai cronicamente malato, è preda di dolori lancinanti. Dall’isola, l’imperatore viene trasportato nella “villa paterna” nel territorio di Nola, dove la sua agonia si consuma – stando alla versione tramandata fino a noi – con dignità e dolcezza.

Estratto da Vite dei Cesari, edizioni BUR Rizzoli 2020, traduzione di Felice Dessì
Il suo ultimo giorno, dopo aver chiesto ripetutamente se fuori ci fosse già agitazione per causa sua, preso uno specchio, diede ordine di pettinarlo e di correggergli un po’ [col belletto] le guance cadenti e, fatti entrare gli amici, chiese se, a parer loro, avesse ben recitato la commedia della vita, e aggiunse anche la consueta formula finale:

Or, se tutto vi piacque in questo scherzo,
Date un applauso, fate, orsù, gran chiasso!”

[…] Spirò improvvisamente tra i baci di Livia, dicendo queste parole: “Livia, vivi nel ricordo della nostra grande unione! Addio!”, ed ebbe così una fine dolce, come sempre aveva desiderato. 

Storici e archeologi si affidano a queste cronache, ricche di dettagli elegiaci, per lo studio delle ultime ore dell’imperatore e di ciò che è avvenuto subito dopo. Come in un copione teatrale, ecco la scena in cui Augusto si preoccupa, prima di tutto, dell’ordine dell’Impero e della serenità dei suoi abitanti; seguono l’addio stoico e virilmente composto, l’ultimo, commovente pensiero per la sua sposa, i riti funebri, la lunga processione del feretro verso Roma. Questa è la versione consegnata ai posteri, e difficilmente qualche nuova scoperta interverrà a spezzarne l’idillio.
Il disincanto della nostra epoca porterebbe a citare il titolo del famoso reportage sul bandito Giuliano scritto nel 1950 da Tommaso Besozzi per l’Europeo: di sicuro c’è solo che è morto. 

L’ipotesi che la Villa di Somma Vesuviana sia il luogo della morte di Augusto si affaccia per la prima volta negli anni Trenta del Novecento, e nasce dalle osservazioni e dagli studi compiuti dall’allora Direttore degli scavi di Pompei Matteo Della Corte in un sito le cui prime tracce erano emerse decenni addietro, e che si distingueva per l’imponenza e la ricchezza della costruzione: pilastri imponenti, frammenti di stucchi policromi e di capitelli, colonne, statue. 
In realtà, ciò che Della Corte vide e che ancora oggi si può ammirare nelle occasioni in cui il cantiere di scavo viene aperto al pubblico risale ad un periodo successivo all’eruzione del 79 d. C. È vero, si tratta di ambienti insolitamente ricchi per la zona, tanto da giustificare l’idea che siano appartenuti, se non a un imperatore, almeno a un senatore. Questo è il frutto delle scoperte fatte nei primi anni Duemila, quando l’Università di Tokyo - nella persona del professor Masanori Aoyagi, che in seguito sarebbe diventato il Commissario dell’Agenzia per gli Affari Culturali del Giappone, il Bunka-cho – organizza lo scavo in collaborazione con l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli, grazie al lavoro del professor Antonio De Simone. Data la notevole quantità, fra i reperti ritrovati, di riferimenti e raffigurazioni di Dioniso, oggi si crede che quell’edificio potesse essere in qualche modo legato alla produzione del vino, attività per cui tutta l’area era famosa nell’antichità. Oppure, ipotesi suggestiva, che il palazzo ricostruito sulle ceneri dell’eruzione del 79 d.C. volesse celebrare il passato florido e ricco di quelle terre, come un ritorno a epoche più felici e, allo stesso tempo, un auspicio di rinascita dopo la distruzione. Gli sviluppi sulle scoperte possono essere seguiti sul sito dell’Apolline Project, una piattaforma di studi multidisciplinari in cui ampio spazio è dedicato alla villa.


Scavi villa Augustea di Somma Vesuviana

Scavi villa Augustea di Somma Vesuviana


Ma perché lasciare che la verità rovini una bella storia? A maggior ragione se la storia è funzionale, come in questo caso, alla propaganda del regime fascista. La notizia del ritrovamento dell’ultima dimora in vita del fondatore dell’Impero, scoperta praticamente per caso, è fin troppo carica di significati per l’Italia fra le due guerre. È quasi come se la Provvidenza, quello stesso ente metafisico che aveva già piazzato Benito Mussolini a capo del governo e inondato strade e palazzi di antichi simboli, irregimentando gli italiani attraverso rituali, saluti, legionari, coorti, corpi civili e militari in cui inquadrarsi fin dall’infanzia, ora stesse regalando all’Italia e al fascismo il riconoscimento storico definitivo. Quasi una benedizione dal passato, sepolta sotto le ceneri vesuviane in attesa di una posterità finalmente degna di riceverla. 

Estratto da Alessandra Tarquini, “Il mito di Roma nella cultura e nella politica del regime fascista: dalla diffusione del fascio littorio alla costruzione di una nuova città (1922-1943)”, Cahiers de la Méditerranée 95|2017
Roma divenne il mito che animò il fascismo […]: l’ispirazione vivente per una civiltà capace di appropriarsi, tradurre e ripresentare nel mondo il simbolo di uno spirito universale. […] Sull’esempio dell’esercito romano, nel dicembre del 1922 fu istituita la milizia: un corpo di polizia suddiviso in squadre. Ogni squadra era comandata da un caposquadra e da due vice capisquadra chiamati decurioni; quattro squadre formavano una centuria, con a capo un centurione; mentre quattro centurie costituivano una coorte, guidata da un seniore; infine, dalle tre alle nove coorti potevano dare vita a una legione, comandata da un console. Poco importava che alcuni di questi termini non trovassero una rispondenza puntuale nel lessico militare romano: da allora il processo di diffusione del mito di Roma non ebbe fine. 

Quando possibile, una certa aderenza alla realtà storica veniva garantita da enti come l’Istituto di Studi Romani, fondato nel 1925 allo scopo di promuovere la ricerca archeologica, etnografica e culturale sul passato dell’Urbe. Intanto, la stessa architettura della città eterna veniva forzata per rispondere ad un millenario appello.

Ibid.
Per celebrare il mito di Roma i fascisti non limitarono la loro azione alla diffusione ossessiva del fascio littorio. Sin dagli anni Venti il regime decise di eliminare quelle che considerava incrostazioni del passato e dal 1923 iniziò a demolire buona parte del centro storico della capitale d’Italia presentando queste iniziative come una liberazione dei luoghi sacri dell’antichità, profanati da indegne superfetazioni. […] In effetti per il capo del governo la storia antica non aveva alcun valore intrinseco. Al governatore di Roma che gli aveva riferito le preoccupazioni dello storico ed ex ministro dell’istruzione Pietro Fedele di fronte alla distruzione di tutto ciò che sopravviveva dell’urbanistica popolare della Roma medievale, Mussolini nel settembre del 1931 aveva risposto: “Continui a demolire e se necessario demoliremo anche le melanconie del senatore Fedele, che si commuove ridicolmente per un mucchio di latrine”.

All’epoca del ritrovamento della villa di Somma Vesuviana, una delle ricorrenze più attese nel culto fascista della romanità è appunto il bimillenario della nascita di Augusto, che avverrà nel 1937. Nell’organizzazione delle celebrazioni – mostre, sfilate di camicie nere, convegni – l’Istituto degli Studi Romani ha un ruolo fondamentale dal punto di vista storico e scientifico ma anche, e soprattutto, nella gestione dei finanziamenti che il regime ha stanziato per l’occasione. Quei soldi sarebbero proprio ciò che serve per completare lo scavo della villa ritrovata e per questo, nel 1935, il podestà di Somma Vesuviana Mario Angrisani scrive un’accorata lettera al capo del governo, nella speranza che i lavori, dopo le prime fortuite scoperte, riprendano.


Scavi Starza della Regina, Somma Vesuviana, anni Trenta

Scavi Starza della Regina, Somma Vesuviana, anni Trenta


Estratti dalla lettera inviata dal Podestà di Somma Vesuviana Mario Angrisani a Benito Mussolini, 13 marzo 1935
Eccellenza,
Quarant’anni or sono, nel trasformare la coltura del fondo “Starza della Regina” in Somma Vesuviana, fu scavato un enorme masso di antica muratura che, per ordine del dirigente quei lavori venne minato per farlo saltare in aria: ma, sebben dodici delle diciotto mine esplodessero, il colossale rudere, nella maggior parte, rimase incrollabile ammonitore al suo posto. La distruttrice impresa fu abbandonata e folti rovi invasero il fossato.
Nel settimo anno del Regime la vasta tenuta fu venduta in piccoli appezzamenti e il contadino che acquistò il territorio includente il rudere, liberò dai rovi il fosso e proseguì in profondità lo scavo per costruire una cisterna; all’attonito occhio apparve una volta poggiante sovra cornici di travertino e, lateralmente, una edicola sormontante un frontoncino triangolare.
[...]
Questo imperiale edificio sepolto all’inizio della dinastia Flavia, quando già doveva contare più di cinquanta anni di vita, è opera certa della dinastia Giulio-Claudia, della quale non si conosce altra simile espressione architettonica, che solo lo scavo integrale rivelerà agli ansiosi occhi degli studiosi e dei dotti nella imminenza della prossima celebrazione del bimillenario di Augusto.
[…]
Certo siamo dinanzi ad un grandioso monumento di romanità, ignorato dalle fonti e conservatosi dalla pesante coltre di fango: Possiamo sperare di scoprire il segreto da essa nascosto?

L’autore della lettera certo immaginava, componendo frase dopo frase con la cura necessaria allo scopo, il famoso cipiglio del duce nel leggere riga per riga il suo messaggio, e per questo ha costruito un testo che nelle intenzioni, come in un crescendo d’opera, occupa tutta l’attenzione e, magari, anche i sensi di chi lo legge. Per una volta, avrà pensato il podestà, sarà il duce a leggere queste parole in trepidante attesa. Proprio lui, l’autore di quei trascinanti appelli proclamati dal balcone di palazzo Venezia ad un pubblico entusiasta e rumoreggiante. Paragrafo dopo paragrafo, con una prosa sempre più enfatica, si elimina ogni dubbio che la villa che si è presentata all’“attonito occhio” del contadino sia davvero quella in cui è spirato Augusto. Fino ad arrivare agli ultimi capoversi, in cui finalmente la richiesta viene esplicitata in tutta la sua ovvia e, a questo punto, irrefutabile urgenza.

Ibid.
I cittadini di Somma presentano perciò, il loro fervido voto a Vostra Eccellenza perché si degni disporre che si diano gli opportuni e necessari mezzi finanziari (i quali rientrano nelle somme messe a disposizione dell’Istituto degli Studi Romani) al Comune e ad altri enti, per riportare alla luce questa meravigliosa, originale opera di romanità, che da tempo i maggiori archeologi d’Italia e d’Europa hanno auspicato! 
É necessità che Vostra Eccellenza, erede degno dell’anima imperiale di Roma, volga la sua benevolenza a queste nostre terre, facendo risplendere, sotto il nostro terso cielo azzurro, un monumento unico al mondo di suprema nobiltà, che non solo narrerà con linguaggio principe l’amore grande del Duce per ogni vestige dell’Urbe somma, ma, inquadrandosi nelle prossime esaltazioni del genio di Roma e di Augusto, sarà per la Nazione e per ogni consapevole studioso, meta di doveroso pellegrinaggio ad una così importante reliquia della vita di Augusto.


Mostra augustea della romanità, palazzo delle esposizioni, Roma 1937

Mostra augustea della romanità, palazzo delle esposizioni, Roma 1937


Ma l’errore di Angrisani, pur commesso in buona fede e in ossequio alle procedure, è spedire la minuta della lettera ad Amedeo Maiuri, archeologo di fama mondiale e potente Soprintendente e Direttore del Museo Nazionale di Napoli, nonché consulente per l’organizzazione della mostra Augustea della Romanità, uno degli eventi in programma per il bimillenario.

Maiuri, probabilmente preoccupato che l’ingente stanziamento vada a discapito di altri progetti bisognosi di finanziamento a Pompei e, forse, dubbioso del fatto che la villa sia davvero quella in cui era morto Augusto, decide di non perorare la causa dei cittadini di Somma e del loro podestà. Forse convincendo direttamente Mussolini, o forse addirittura bloccando la consegna della lettera, riesce a far sì che la richiesta non venga accolta.

Per questo né le camicie nere della prima ora, né gli studiosi invitati da tutto il mondo, né i turisti e gli abitanti di Somma Vesuviana potranno, nel 1937, godere di quella che avrebbe potuto essere – e quasi certamente non era – la più clamorosa scoperta archeologica dalla marcia su Roma in poi. Si dovranno aspettare i primi anni Duemila e il sodalizio tra Masanori Aoyagi e Antonio De Simone, perché nuova luce, scevra finalmente da ogni memoria falsata dalla propaganda, venga fatta sul sito.

Come si racconta la morte del fondatore di un impero, sia esso storicamente reale o fascisticamente propagandato? La storia, si sa, è scritta dai vincitori. Nel 1947 l’Unità pubblica una serie di articoli firmati da Walter Audisio, nome di battaglia “Colonnello Valerio”, il partigiano che eseguì la condanna a morte di Mussolini, compiuta davanti al muro di cinta di un’anonima villetta di Giulino, in provincia di Como.

Estratto da La fucilazione del dittatore, in “l’Unità”, 28 marzo 1947

Mussolini, appena messo piede all’aperto e passandomi davanti disse: “Ti offro un impero”. So che molta gente non crede che questa frase sia stata pronunciata: ed è incredibile in apparenza. Eppure l’ha detta: con decisione anzi, col suo ben noto piglio volitivo, dell’uomo che non manca le promesse. […] Improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito. “Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano”. Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava con gli occhi sbarrati il mitra che puntava su di lui. […] Non disse nemmeno una parola: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie. Tremava livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in convulsione: “Ma... ma... ma signor colonnello”. […] Nemmeno a quella donna [Claretta Petacci] che gli saltellava vicino, che si muoveva di qua e di là, disse una sola parola. No: si raccomandava nel modo più vile, per quel suo grosso corpo tremante: solo a quello pensava: a quel grosso corpo appoggiato al muretto. 


Bonzanigo. Bill e Pedro - ricostruzione dell'uccisione di Benito Mussolini. Un uomo simula il momento della morte. Foto di Federico Patellani, 1945

Bonzanigo. Bill e Pedro - ricostruzione dell'uccisione di Benito Mussolini. Un uomo simula il momento della morte. Foto di Federico Patellani, 1945