La fine del mondo dura due giorni. Inizia con l’immensa colonna di fumo che si è leva dalla montagna per trasformarsi in una massa frastagliata di artigli densi e roventi, che si espande nel cielo sul golfo di Napoli. Dopo, il cielo stesso si rovescia sulle strade, sulle case e sulle taverne, sui templi e sulle stalle, schiantandone le solide, familiari architetture. In molti casi sono i tetti, gravati dal peso delle ceneri, a cristallizzare nei secoli, crollando, le pose di coppie di persone stese nei loro letti, di cavalli e cani bloccati per sempre in un ultimo spasmo senza fine.

L’area intorno al Vesuvio è diventata, in appena quarantotto ore, una terra incognita. Ciò che era sommerso si è sostituito al paesaggio di un’esistenza nota, di una natura che si credeva ormai addomesticata. La geografia rurale e urbana di Pompei, Ercolano, Stabia, Oplontis e altri piccoli, dorati bastioni dell’otium romano è diventata irriconoscibile, disarticolata fra le poche macerie rimaste. Di lì a poco, la macchina burocratica e civile della Capitale dell’Impero si mette in moto. L’imperatore Tito, “Amore e delizia del genere umano”, predispone i soccorsi. E stila le prime regole per la rinascita: nessun abuso umano, in questa terra già martoriata dalla natura, verrà permesso. Non ci sarà spazio per le speculazioni edilizie. Leggi ferree, la cui applicazione viene affidata a una commissione di ex consoli costituita tramite sorteggio (Svetonio, Tito, 8), regoleranno la ricostruzione. 

La città di Pollena Trocchia, sul lembo occidentale del Vesuvio, sorge oggi su uno dei siti meno noti e più colpiti dall’eruzione. Da un’apocalisse a un’altra: nel 1988, nel pieno della ricostruzione dopo il disastroso terremoto del 1980, comincia l’edificazione di un nuovo gruppo di caseggiati. Come a Napoli e in molte altre zone della Campania, l’edilizia diventa il nuovo punto focale negli affari della camorra.


Terremoto in Irpinia, 1980. Foto di Antonietta De Lillo


Estratto dalla Relazione Conclusiva e Relazione Propositiva della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla attuazione degli interventi per la ricostruzione e lo sviluppo dei territori della Basilicata e della Campania colpiti dai terremoti del novembre 1980 e febbraio 1981, Approvate il 27 gennaio 1991 (p.520)

È stato notato che l'infiltrazione delle organizzazioni criminali, camorristiche in particolare, non si spiega più con i metodi di una volta, come negli anni '70, quando ci si trovava di fronte ad una criminalità che si limitava a chiedere tangenti, a svolgere attività di estorsione, a chiedere di essere utilizzata per le protezioni del cantiere o dell'attività industriale, oppure nella esecuzione di alcune opere minori (in particolare movimenti di terra), criminalità che svolgeva la sua influenza entro margini abbastanza delimitati. Con gli interventi post-terremoto si assiste all'emergere, come soggetti protagonisti, di imprese appartenenti a famiglie camorristiche, o infiltrate dalla presenza di elementi camorristici oppure colluse […] Importante è anche l'osservazione secondo la quale è molto difficile distinguere l'impresa, nella quale si registra una presenza camorristica come soggetto imprenditoriale, da quella che invece si limita semplicemente ad accettare immissioni di denaro, assumendo i camorristi come finanziatori, allo scopo di favorire il riciclaggio. È difficile distinguere la responsabilità soggettiva dell'imprenditore secondo che questi ammetta l'ingresso di nuovi soci oppure si avvalga dell'apporto di un puro e semplice finanziatore. Ci si trova di fronte a un intreccio molto spesso fra corrotto e corruttore; è difficile resistere a una richiesta proveniente da organizzazioni criminali volta a ottenere la « cortesia » di immettere denaro nell'impresa. Si è notato anche che le grandi imprese, che svolgono la propria attività anche in altre parti d'Italia e che hanno ottenuto appalti nell'area del terremoto, quivi giunte, hanno manifestato immediatamente l'intenzione di venire a patti. Anzi, quanto più le imprese sono forti, ricche e importanti sotto il profilo finanziario, tanto più sono disponibili a «venire a patti», perché i costi che ne derivano sono relativamente sopportabili, trattandosi di costi marginali.”

In un contesto simile, la cura del patrimonio archeologico non conta nulla. Le cooperative coinvolte nella ricostruzione di Pollena Trocchia non fanno eccezione. Lì dove gli editti di Tito avevano impedito agli speculatori del 79 d. C. di eludere i vincoli, nel Ventesimo secolo si tirano su palazzi senza troppe domande, senza troppa voglia di conoscere o preservare ciò che si trova intorno e sotto terra.

Eppure, che qualcosa lì sotto ci fosse si sapeva già. Nei primi del Novecento un archeologo dilettante, il conte Ambrogino Caracciolo di Torchiarolo - uno dei tanti aristocratici che all’epoca si misuravano con lo studio dell’antichità – aveva già esplorato il sottosuolo di Pollena, rinvenendo alcuni frammenti che lo avevano spinto a sollecitare l’intervento della Soprintendenza.

E non mancano scoperte più recenti. 

Estratto dal Corriere della Sera, 17 maggio 1964, pagina 8
Un Diòniso del primo secolo emerge dalla sabbia vulcanica”

[…] Man mano che badili e picconi smuovono e raspano la coltre di lava e di terriccio emergono i resti di una sontuosa villa, una delle molte costruite nella zona da saggi che vi trascorrevano lunghi e dolci riposi in campagna fra il verde di orti, frutteti e giardini, la grazia di soavi fanciulle e le anfore colme di vino schiettissimo […] Il punto preciso è indicato come «cupa San Gennariello» («cupa» è nome dialettale per dire stretta via di campagna che, svolgendosi fra due alte pareti, viene ad essere in ombra). Vi è là il podere di un vignaiuolo, Vincenzo Di Sarno, cui appartiene anche una cava di sabbia. Già gli operai avevano notato che il ferro degli arnesi non affondava più nella massa ma urtava contro un corpo durissimo. […] Come un fiore bianco si delineava una stupenda scultura: un uomo vigoroso che con la mano sinistra tiene un grappolo d’uva. Stupiti e vivendo l’ansia che ogni archeologo ben sa i presenti si fermarono.”

Estratto da De Simone, Girolamo. (2008). Il territorio nord-vesuviano e un sito dimenticato di Pollena Trocchia. Cronache Ercolanesi. 38. 329-349.

Il Dioniso è del tipo noto ed ampiamente diffuso denominato Woburn Abbey. La nostra statua è stata ritrovata frammentata in più parti e la testa appare molto corrosa, per cui mancano il naso, le labbra e parte degli occhi. Una tenia a fascia liscia con due cordonature laterali cinge i capelli ornati alla nuca e due trecce sciolte cadono sul collo. La testa è coronata di foglie e grappoli d'uva, il cui effetto chiaroscurale e dato dal trapano. [...] Il volto presenta un ovale regolare e tondeggiante, le palpebre superiori, ingrossate, sono leggermente abbassate e l'iride è segnata da un cerchio; l'angolo interno e approfondito con un foro di trapano e un'incisione che ne circoscrive il lago lacrimale. Il volto si mostra di impianto fortemente classicistico, con ovale a contorni molto arrotondati. Si nota un certo contrasto fra il trattamento nitido delle masse e della capigliatura e la resa dei grappoli d'uva, per la quale domina il contrasto. Tali elementi portano a datare la statua almeno ad età tardo-adrianea.”

NOTA: il regno dell'imperatore Adriano dura, indicativamente, dal 117 al 138 d.C. Durante questo periodo il classicismo greco, ripreso da Augusto e superato all'epoca di Traiano, tornò nell'arte ufficiale, ma con un nuovo spirito, più nostalgico, romantico, intellettualmente raffinato.

Nel febbraio del 1988, nella zona di Masseria De Carolis, le pale meccaniche delle cooperative affondano per errore i denti in un muro che non doveva trovarsi lì, sotto metri e metri di terra, polvere e cenere. È la parete del magazzino di una grande villa rustica che risale al II secolo d.C. Nel registrare la scoperta, si affaccia un’ipotesi che risolverebbe un piccolo mistero napoletano, riportato dalle cronache storiche ma mai del tutto chiarito: potrebbe trattarsi dello stesso sito, mai identificato con certezza fino a quel momento, dal quale, nel 1749, gli operai impegnati nella costruzione del San Carlo di Napoli hanno estratto 18.000 mattoni. La notizia, però, viene presto smentita. Incredibilmente, i lavori riprendono.

Durante i successivi vent’anni l’intera area diventa una discarica abusiva di materiale edilizio. Ciò che era temporaneamente riaffiorato dalla terra viene nuovamente ricoperto. Tutto intorno si alzano, indifferenti e immemori, le facciate multicolori delle nuove palazzine. 


Scavi di Pollena Trocchia. (c) manalahmadkhan, via Flickr


La situazione non cambia fino al 2006, quando riprendono i lavori di recupero e scavo del sito. Solo allora si scopre che lì, sotto gli abusi, si trova quello che, ad oggi, è il più antico sito archeologico dell’area vesuviana risalente al periodo successivo all’eruzione del 79 d.C.: una delle prime costruzioni ad affondare le proprie fondamenta nelle ceneri depositate dal Vesuvio. Si tratta di una villa con un vasto complesso di terme, di cui sono stati riportati alla luce dieci ambienti.

È allora che si rinvengono le tracce, sovrapposte l’una sull’altra, dei secoli che separano la distruzione di Pompei e delle aree circostanti dalla caduta dell’impero romano, nel V secolo. Il sito, eretto all’indomani dell’eruzione, testimonia tanto la rinascita della zona quanto il suo progressivo decadimento.

Ad un certo punto della loro storia, le terme di Pollena Trocchia hanno subito una trasformazione cupa, terribile, probabilmente inattesa come lo era stata l’eruzione che ne aveva preceduto la costruzione. Da luogo deputato al piacere, alla socialità e alla cura del corpo, sono diventate il sito per la sepoltura di neonati e adolescenti. Decine di piccole tombe nella terra nuda, senza contenitori o sarcofagi a proteggere i corpi, vengono portate alla luce. Nelle immediate vicinanze, si trovano i resti di riti funebri pagani legati al cibo. Molti degli scheletri rinvenuti portano i segni di infezioni gravi, il che fa supporre che si tratti delle vittime di una delle numerose epidemie che segnano l’ultimo periodo di vita dell’Impero. Molte di quelle ossa sono state riesumate e interrate più volte.

Estratto da Girolamo F. De Simone, Monica Lubrano, Marielva Torino, Alessandra De Luca, Annamaria Perrotta, Claudio Scarpati, “La villa con Terme di Pollena Trocchia in località Masseria De Carolis: architettura, abitanti, eruzioni”

Una delle ipotesi più plausibili è che si tratti di sepolture ridotte: è probabile che nel momento della defunzionalizzazione di tale ambiente, reperendo materiale in altro luogo, si sia incorsi in sepolture più antiche e, date le credenze religiose relative al mondo dei morti, si sia deciso di dare di nuovo degna sepoltura a quelle ossa disturbate. […] È necessario ricordare che i bambini morti in età prematura sono oggetto della cosiddetta “discriminazione funeraria”: l’analisi del trattamento funerario di questa parte della collettività offre degli spunti molto interessanti per l’interpretazione dell’evoluzione dei sistemi sociali e delle credenze rituali connesse a quelle fasi delicatissime della vita che precedono l’introduzione dell’individuo nella società. Tuttavia, l’esclusione degli infanti dagli spazi destinati alla comunità al seppellimento dei morti non significa comunque una loro esclusione dal diritto di sepoltura, come dimostra il ritrovamento sempre più frequente di sepolture infantili in contesti abitativi.


Resti umani ritrovati negli scavi di Pollena Trocchia. Immagine tratta da: Girolamo De Simone et al. La villa con terme di Pollena trocchia in località masseria De Carolis: architettura, abitanti, eruzioni


I vincoli si spezzano, i rituali si trasformano per adattarsi alla crisi: si costruisce dove non si dovrebbe, si seppellisce dove non si sarebbe mai immaginato di doverlo fare. Le case, la terra e le campagne diventano luoghi allo stesso tempo familiari e sconosciuti. È l’unheimlich, il perturbante freudiano: la sensazione di terrore e repulsione che si prova di fronte a qualcosa di conosciuto, quando si presenta temporaneamente deformato, grottesco, fuori sesto. In questo tipo di luoghi, non a caso, fioriscono da sempre leggende su spettri e spiriti inquieti.

Una nuova eruzione distrugge l’insediamento di Pollena Trocchia nel 472 d. C., ricoprendo le terme e i suoi bambini fino al 1988.

Estratto dal “Chronicon” di Marcellinus Comes, VI secolo:

472 Marciani et Festi”.

1) Vesuvianus mons Campaniae torridus intestinis ignibus aestuans exsusta evomuit viscera nocturnis que in die tenebris incumbentibus omnem Europae faciem minuto con texit pulvere. Huius metuendi memoriam cineris Byzantii annue celebrant VIII idus Novemb.

Nel 472 d.C. sotto il consolato di Marciano e Festo”

1) Il Vesuvio, arso monte della Campania ribollente di fuochi interni, vomitò viscere bruciate, incombendo tenebre notturne durante il giorno, coprì di sottile polvere tutta la superficie dell’Europa. A Bisanzio annualmente ricordano questa polvere il 6 di Novembre.

Quattro anni dopo l’Impero Romano d’Occidente si dissolve. Quali sentimenti debbano aver accompagnato gli abitanti dell’antica Pollena in quel periodo, è facile immaginarlo. 

Non resteremo qui.
Le piante di lauro, nel nostro paese, si sono seccate,
meteore fanno tremare le stelle fisse del cielo,
la pallida luna appare in terra rossa come il sangue,
e allampanati indovini mormorano di tragici mutamenti.
I ricchi han l’aria mesta, i ribaldi ballano e saltan di gioia,
gli uni per tema di perdere le ricchezze che hanno,
gli altri perché acquisteranno ricchezze,
fra guerre e razzie.

William Shakespeare, Riccardo II, Atto II, Scena IV.
Traduzione di Andrea Cozza, Garzanti 1995