Ma non vi è nulla da leggere o da vedere salvo il mistero della propria immagine ritratta dalla superficie dello specchio nero, prima che indietreggi nelle sue profondità senza fine, nei suoi meandri di tenebre.

Estratto da Truman Capote, Musica per camaleonti, 1980

La sera del 19 settembre 2008, un venerdì di fine estate. A qualche chilometro dal centro di Napoli, ancora in festa per il miracolo di San Gennaro – il sangue, per fortuna, si è sciolto di nuovo –, un gruppo di persone ha deciso di inaugurare il week end cenando in un ristorante in riva al lago d’Averno. Gli uomini sono rilassati, bevono e mangiano godendosi la vista e l’aria fresca. In quel ristorante un po’ appartato assaporano la soddisfazione di aver fatto un buon lavoro, di aver chiuso finalmente e nel migliore dei modi una questione spinosa. Chiacchierano, forse ripercorrendo gli eventi della sera precedente. Sotto di loro lo sciabordio dell’acqua è calmo, quasi impercettibile. Se non fosse per qualche lieve increspatura, il lago sembrerebbe davvero una grande, lucida lastra smaltata di nero che riflette e subito ingoia le immagini dei commensali. È una serata estiva, una di quelle in cui è facile coltivare illusioni e miraggi.

Caronte ci traghettava le anime verso gli Inferi, il boss dei Casalesi Giuseppe Setola incontrava i suoi uomini prima e dopo le spedizioni di morte. È successo dopo la strage di San Gennaro, il 19 settembre 2008, quando l’ala stragista dei casalesi cenò al ristorante “Aramacao”. La sera prima, il commando aveva seminato sangue e terrore a Castelvolturno: sette morti ammazzati con 120 proiettili con pistole e kalashnikov, sei extracomunitari e un italiano. Il giorno dopo, tutti gli uomini di Peppe ‘o Cecato banchettavano sulle sponde dell’Averno. Così, duemila anni dopo Virgilio, il Lago si è trasformato da mito dei classici a teatro di camorra. 

Sequestrato il lago d’Averno. Era in mano ai Casalesi, di Vito Laudadio. Il Fatto Quotidiano, 10 luglio 2010


Le operazioni di sequestro del lago d'Averno da parte della Polizia

Le operazioni di sequestro del lago d'Averno da parte della Polizia


Il miraggio di Peppe ‘o Cecato è un sogno di dominio che si dissolve definitivamente nel 2010, quando la DIA sequestra i beni riconducibili al suo clan: tra questi il lago stesso, fino ad allora intestato a un prestanome. È solo l’ultima di una serie di illusioni che hanno preso forma sulle quelle sponde.

Nella vasta geografia di luoghi liminali disseminati in tutto il sud Italia, il lago d’Averno è certamente uno dei più famosi. Lo specchio d’acqua vanta un’ampia bibliografia, che inizia ben quattrocento anni prima della nascita di Cristo. È questa l’epoca in cui lo storico greco Eforo di Cuma riferisce della presenza, fra cunicoli scavati sotto quell’area, di un ceppo flegreo della popolazione dei Cimmeri dedito alla negromanzia e al culto di un oracolo dei morti. Sopra di loro, le acque del lago esalavano verso il cielo vapori velenosi: da qui il suo nome, che deriva dal greco ά ορνος, “senza uccelli”. L’illuminista campano Giuseppe Maria Galanti descrive così l’influsso che le caratteristiche del lago hanno avuto sulla “fantasia degli uomini”:

Quando le montagne intorno erano coperte di selve, questo luogo, essendo così ombroso, poté sembrare orrido, e l’aria che si respirava poté essere umida, pesante e pregna di solfuree esalazioni, onde poté essere micidiale […] e poté contentare la fantasia degli uomini con le idee meravigliose delle quali eran vaghi. […] [I Cimmeri] veri o supposti non contribuirono poco ad accrescere l’orrore del luogo. Si dice che furono distrutti da un re di Pozzuoli al quale avevano fatto una predizione, che per loro sventura non riuscì.

Estratto da Giuseppe Maria Galanti, Breve Descrizione della città di Napoli e del suo contorno, 1792

Tenebroso, venefico, addirittura orrido, il lago d’Averno figura fin dall’antichità nelle cronache storiche, nella letteratura e nella poesia come regno di una magia funesta, da cui solo pochi iniziati possono uscire indenni. È una rappresentazione che dura fino all’avvento dell’Illuminismo e, dopo, del positivismo ottocentesco, che sembrano lasciarsi alle spalle la leggenda che per secoli ha posto qui la bocca dell’inferno stesso. Eppure, anche in quell’epoca le sue acque continuano a riflettere le “idee meravigliose” di cui gli esseri umani si fanno portatori, diventando il simbolo di una costante fascinazione per l’occulto. Sarà così anche in seguito: il lago sembra restituire l’immagine di ogni epoca in una versione umbratile, misteriosamente e sottilmente negativa.

Virgilio consacra la fama di questo luogo ambientando qui, nel VI libro dell’Eneide, la discesa agli inferi del protagonista. A indicare il modo per arrivarci è la Sibilla Cumana: “Sangue divino, Troiano figlio d’Anchise, è facile calare all’Averno: la porta dell’oscura dimora di Dite è sempre aperta, il giorno e la notte”. Fra i rituali necessari all’impresa, Enea deve procurarsi un ramo d’oro: questo talismano, che l’eroe trova nei dintorni del lago, darà il titolo al famoso saggio scritto nel 1890 dall’antropologo scozzese James George Frazer.

Ed ecco, al chiarore dell’alba e al sorgere del sole, la terra mugghiò sotto i piedi, le cime dei boschi cominciarono a muoversi e cani parvero urlare traverso l’ombra. [..] Dei che avete l’impero sulle anime, Ombre silenziose, Caos e Flegetonte, luoghi che vi estendete muti in un’immensa notte: mi sia lecito dire quel che ho udito, svelare col vostro consenso le cose sepolte nella terra profonda e nell’oscurità!

Virgilio, Eneide, VI


Pianta dell'Ade

Pianta dell'Ade


Jan Brueghel il giovane, Enea e la Sibilla negli inferi, 1630 circa, dettaglio. Metropolitan Museum of Art, New York

Jan Brueghel il giovane, Enea e la Sibilla negli inferi, 1630 circa, dettaglio. Metropolitan Museum of Art, New York


Il paesaggio che si offriva allo sguardo di Virgilio e ai suoi contemporanei, in realtà, doveva avere un aspetto meno sinistro. Era collegato da un canale artificiale direttamente con il mare, e fungeva da rada dell’imponente Portus Iulius, il complesso portuale militare voluto dall’imperatore Ottaviano nel 37 a.C. Da lì in poi una serie di eventi – non ultimo l’effetto del bradisismo – lo isolano progressivamente riportandolo allo stato originario. Il suo definitivo distacco dal Tirreno avviene con la formazione del Monte Nuovo, nato dopo un’eruzione che sconvolse la zona nel 1538.

Ma la fama mitica del lago resiste alla sua storia. I riferimenti classici spingono i viaggiatori del Gran Tour a visitarlo, e a cavallo tra il XVIII e XIX secolo il luogo si carica di tutte le influenze del Romanticismo. È facile lasciarsi suggestionare dalle acque scure e torbide, in cui si riflettono i resti di edifici diroccati come il Tempio d’Apollo, che ancora oggi somiglia alle rovine dipinte da Friedrich. Nel 1853 l’autore tedesco Johann Gottfried Seume scrive:

L’accesso all’Averno è ancora abbastanza romantico, l’ingresso alla cosiddetta grotta della Sibilla è davvero pauroso. Mi fermai all’ingresso e guardando a destra vidi l’antico tempio, considerato d’Apollo. Per un miracolo è rimasto in piedi dopo la formazione del Monte Nuovo che non può essere avvenuta senza sconvolgimento dei luoghi vicini. Non si può immaginare niente di più romantico del piccolo passaggio dal lago d’Averno all’ingresso dell’antro, specialmente per chi abbia il capo pieno di leggende.

Estratto da Fabrizia Ramondino, Dadapolis, Napoli al caleidoscopio, 1992

Al XIX secolo risale la testimonianza sulla Fata Morgana del Lago d’Averno: un fenomeno ottico assimilabile al miraggio, che deforma l’immagine degli oggetti reali aumentandone a dismisura le dimensioni, riflettendoli capovolti o mutando rapidamente la loro forma. La Fata Morgana trae il proprio nome dal famoso personaggio della mitologia celtica, anche se le prime testimonianze – come quella del domenicano Antonio Minasi – riferiscono che il fenomeno si verifica più spesso nello stretto di Messina. A riferire della Fata Morgana del Lago d’Averno è il marchese Giuseppe Ruffo, socio ordinario della Reale Accademia delle Scienze di Napoli.

Noi, perciocché venuti dal Lucrino eravamo rivolti a tramontana, vaghezza di cacciare acquatici uccelli ci conduceva all’Averno: ma quale ci prese maraviglia non più trovando il lago là dove dovea essere! Sulle prime temei che il mio visivo senso si fosse ad un tratto scemato: ma sospingendo gli occhi per i circostanti oggetti, questi mi si offrivano quali io gli aveva cento e cento volte veduto. Perché avvisandomi trattarsi di un’ottica illusione, veloce mi corse alla mente e al labbro la Fata Morgana: voce che l’estasi ruppe al mio compagno e lo sbalordimento. Che addivennero adunque le prische ed immobili acque dell’Averno? Elle si erano trasmutate in prati di fresca verdura, in alberi belli e dritti, in colline dolcemente chinate. E tutto ciò notante in leggiera nube di minuta polvere d’argento. 

Estratto da E.T., Sopra la Fata Morgana del lago di Averno, 1834

Il racconto prosegue con un’analisi scientifica delle possibili cause del fenomeno, come accade frequentemente negli scritti dell’epoca. Dalla fine del Settecento e per almeno un secolo la Fata Morgana viene infatti studiata in contesti geografici che spaziano dalle dune sahariane alle distese di ghiaccio polari, comparendo nelle cronache di viaggiatori, naviganti ed esploratori di tutto il mondo. Nella descrizione di Ruffo non sfugge, però, una reminiscenza fantastica, anche questa in linea coi tempi. L’immagine della Fata Morgana – che si distingue dalla maga arturiana per il fatto che il nome viene sempre riportato in italiano – aleggia infatti anche nella letteratura, nella musica – dà il titolo a una polka mazurka di Johann Strauss figlio del 1869 – nel teatro e nella poesia, con il componimento omonimo del 1873 del poeta americano Henry Wadsworth Longfellow e con Visione di Giosué Carducci, del 1883.


Charles H. Whymper. Geografia: un miraggio nello stretto di Messina. Wellcome Collection

Charles H. Whymper. Geografia: un miraggio nello stretto di Messina. Wellcome Collection


Fata Morgana osservata nel deserto del Sahara, a sud della città di Tozeur, Tunisia

Fata Morgana osservata nel deserto del Sahara, a sud della città di Tozeur, Tunisia


Oggi il lago d’Averno ha perso gran parte del suo fascino magico, costellato com’è da strutture in cemento e discariche abusive. I riflessi che si muovono sull’acqua torbida, apparentemente senza fondo, non sono più quelli che hanno ispirato studiosi e poeti del passato. Fa eccezione la poetessa americana Louise Glück, Premio Nobel per la letteratura nel 2020, autrice di una raccolta di poesie del 2006 intitolata Averno. Il libro trae spunto dal mito di Persefone, rapita da Ade che vuole farne la sua sposa nell’aldilà, per raccontare le inquietudini di una giovane donna negli anni della propria formazione, dal rapporto con la madre a quello con i suoi amanti. Perché la seduzione vada a buon fine, anche l’Ade immaginato da Glück sembra imbastire per la ragazza una Fata Morgana. Ancora una volta, il lago irretisce e cattura chi, affacciandosi sul suo abisso, intravede la proiezione spettrale e fantastica di inquietudini molto vicine, ben radicate nella realtà.

Un’estate lei va nel campo come al solito 

indugiando un po’ al lago dove spesso guarda

se stessa, per vedere 

se nota qualche cambiamento. Vede 

la stessa persona, l’orribile mantello 

di essere figlia ancora la stringe.

[...]

Quando Ade decise che amava la ragazza

costruì per lei un duplicato della terra,

tutto uguale, persino il prato,

ma con un letto in più.

Estratto da Louise Glück, Averno, 2006


Il lago d'Averno e il tempio di Apollo in un'immagine dei primi del '900

Il lago d'Averno e il tempio di Apollo in un'immagine dei primi del '900